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mercoledì, luglio 03, 2013

La casa di Bea.

La casa di Bea era in una traversa di una via del centro città.

Distava cinque minuti a piedi da casa mia, ma io riuscivo sempre ad arrivare in ritardo.
Aveva un campanello signorile. Non come il nostro di metallo grigio gracchiante.
Era di ottone giallo. Con i nomi scritti in corsivo.
Il piccolo portone di legno si apriva su un corridoio un pò buio e a destra, a ventaglio, c'era la scalinata di marmo per salire negli appartamenti, che a me ricordava quella di Via col Vento.
La cosa figa della casa di Bea era la doppia porta. 
Quelli del piano di sotto lasciavano sempre aperta la prima porta, così si vedeva la seconda porta di vetro opaco e io pensavo sempre "Ma non hanno paura dei ladri?"
A me piaceva da morire andare a casa sua perchè era una casa magica.
Dentro era antica. 
A destra c'era lo studio dove appunto studiava sua sorella...

La sorella di Bea ha una chioma di capelli riccissimi ed è molto raffinata. Io mi vergogno sempre un pò a salutarla perchè lei è più grande e studia su montagne di libri difficilissimi. In quello studio ci sono libri dappertutto. Sulla scrivania, sulla libreria, per terra. La sorella di Bea secondo me da grande farà la professoressa.
Poi c'è la sala. Ha due porte. Per terra c'è un tappeto un pò consumato che copre il pavimento di legno, che scricchiola quando ci cammini sopra. Lì la mamma di Bea riceve le sue amiche. A me piace la sala perchè anche quella sembra quella di Via Col Vento. Mi sembra anche che ci siano le tende verde scuro di velluto. Poi ci sono dei posaceneri sui braccioli che non cadono mai. Nella sala c'è il pianoforte a muro. Bea suona il pianoforte. Io ogni tanto quando arrivo troppo presto che c'é ancora la sua insegnate, mi incanto ad asoltarla.
Fa i solfeggi e poi suona una musica che fa un pò paura. Mi piace guardare le dita sottili che sanno perfettamente quello che fanno.
Ecco a questo punto inizia la magia perchè dopo la sala c'é un corridio lunghissimo con il pavimento fatto tutto di mosaico. La magia é che per terra, alcune mattonelle, sono d'oro!
Io e Bea ci divertiamo a cercarle e a segnarle con dei pezzetti di carta. Sono magiche perchè da una volta ll'altra cambiano posto. Davvero!

La prima stanza del corridio è la cucina, sulla destra.
Dentro c'è sempre la Tata con il grembiule. La Tata ha la voce un pò roca, ma dice sempre cose gentili e incoraggianti. Anche se ci sgrida quando non studiamo, lo fa con il sorriso. Non ci fa paura infatti, per questo noi la ascoltiamo sempre.
In messo alla cucina c'è il tavolo bianco e ci sono sempre le tazze per bere l'acqua. Ognuno ha la sua, con i segni zodiacali. Una volta ho provato a farlo pure a casa mia di lasciare le tazze per bere, ma non ha funzionato. Mia mamma ha detto:"Perchè prepari per la colazione?"
Poi c'è la dispensa. Io non sapevo cosa fosse la dispensa prima di vederla da Bea. Dentro ci sono le cose da mangiare.

Di fronte alla cucina c'è la camera dove c'è l'arpa della sorella di Bea. Adesso che ci penso bene. in effetti forse da grande farà l'insegnante di musica. Poi c'è un'altro pianoforte. Più grande. No forse un violino. Beh sicuramente c'è un'insegnante di musica dentro.
Dopo la cucina c'è la camera degli ospiti. Io una volta ho pensato "Chissà che ospiti ospitano in questa camera", Allora mi sono immaginata che essere ospite a casa di bea deve essere bello perchè ti danno pure gli asciugamani con la O di ospite. 
Di fronte la camera degli ospiti c'è la camera della mamma di Bea.

La mamma di Bea è una signora molto, molto raffinata. E' bionda, sempre in ordine e curata. Con gli orecchini. Ha l'accento di Roma. Io lo so perchè ho un sacco di cugini lì e parlano come lei.
Ogni tanto quando arrivo da Bea è dentro al letto che legge. Sembra una principessa.
Nella camera della mamma di Bea c'è la tv con il videoregistratore. Anche se ci sono delle pile di videocassette della kodak, noi guardiamo sempre, sedute per terra, Labirinth e I Goonies. 
Fanno un pò paura in effetti, ma con Bea, io non ho mai paura, anche se è più piccola di me. 
Sul pomello dell'armadio della camera da letto c'è attaccato un pupazzo di carta che abbiamo fatto a scuola. Il suo è più bello del mio, credo perchè ha gli occhi più grandi e le guance più rosse.

Poi dopo c'è il bagno.
Ecco io non ho mai visto un bagno così grande. Da noi per fare il bidet basta che ti sposti di lato. Da lei devi fare almeno dieci passi per raggiungere il bidet.  Poi c'è la vasca dove una volta abbiamo fatto il bagno insieme e a me è venuta una irritazione sulle gambe e il sedere e loro erano preoccupate ma io dicevo di non preoccuparsi che magari era perchè ero stata troppo a mollo.
Mi ricordo ancora il profumo del bagnoschiuma di quella volta...

Di fronta al bagno c'è la cameretta di Bea e di sua sorella.
Oddio cameretta è un pò riduttivo.
Ci sono due cose fighe lì dentro: il letto di Bea che è altissimo. Io avrei paura a dormire in un letto così alto. 
E poi c'è il poster di Freddy Mercury sopra il letto della sorella di Bea. So che è lui perchè c'è scritto sopra come si chiama.
Poi c'è Tippete, il coniglio di Bea. Ma è finto eh. 
Nella camera di Bea ci sono i mobili di legno scuro. 
C'è anche la sveglia verde acqua che quando suona è ora di andare a scuola. Fa: "Ti..titi...tititi..titititi. 
Bea non la sente mai.
Mia mamma mi fa andare un sacco di volte a dormire lì perché sa che mi piace da morire. Non mi ricordo quando è stata la prima volta, ma secondo me avevo 5 o 6 anni. 

La casa di Bea è quasi finita perchè poi ci sono solo altre tre porte.
In una ci sono delle cose che ogni volta cambiano posto. Lì ci sono giochi, dei vestiti e un passeggino giocattolo. Poi c'è il tirchitracks e il gameboy. 
Poi c'è il ripostiglio e un'altra camera con un bagno dove c'è la lavatrice.
Ma noi non ci andiamo mai. Roba da grandi.

Ora è proprio finita, putroppo.

Io spero che chi c'è dentro ora l'abbia lasciata così, se no ha rovinato la magia. 
E spero anche che, altre due amiche, possano passarci dentro un'infanzia, come quella che abbiamo passato io e Bea. 

domenica, febbraio 24, 2013

Mi ricordo montagne verdi.

Ho iniziato con l'idea di preparare la cena per domani.
Ma dopo aver visto la cucina perfettamente pulita, mi è passata la voglia.
Allora sono passata a cercare di riodinare l'ammasso di carta abbandonata dentro l'alzatina di vetro dell'ikea.
In realtà quell'alzatina dovrebbe contenere sempre una torta fresca, ma le uniche due torte fatte da quando sono nella casa nuova, sono venute un disastro e allora ogni giorno immagino di averne fatta una.
Immagino una torta morbida con lo zucchero a velo che mi piacerebbe mangiare a colazione come nella pubblicità. Con tutta la famiglia sorridente intorno al tavolo.

Poi sono andata in bagno e ho lavato il pavimento del bagno.
Fra poco svuoterò la borsa, mentre il bagno assciuga e la carta è ancora sul tavolo.

E' sempre stata una mia prerogativa lasciare le cose a metà.
L'ho sempre fatto.
Inizio una cosa e non la finisco.
Mi annoio.
O meglio mi distraggo.
Poi ho talmente tante cose da fare, che temo sempre di avere poco tempo per farle e allora le accavallo, le mescolo le inizio e non le finisco.

E a un certo punto, mi è venuto in mente di quella volta che agli scout, ero in cima a una montagna.
Forse è stata l'unica volta che con gli scout sono arrivata così in alto.
E devo anche essermi ben lamentata durante tutto il tragitto.
Mi ricordo che avevo i pantaloncini corti e una giacca a vento rossa.
Forse non era rossa, ma mi piace ricordarmi così.
Faceva freddo, ma non troppo. C'era un pò di vento.
Non so se era proprio la cima ma mi ricordo che mi sono seduta in un posto da cui si vedeva tutto il panorama a 360°.
Ero emozionata.
Avevo pensato che il mondo deve essere grandissimo.
Si vedevano tutte le montagne e quello, ecco quello è stato l'unico momento in cui ho sentito la libertà.
Ogni tanto mi viene in mente quel panorama.
E sento una stretta al cuore.

giovedì, ottobre 27, 2011

A volte ritornano.

Io sono una buona.
Porto rancore, non dimentico, è vero.
Non dimentico nel bene e nel male.
Ma fondamentalmente sono una buona.
E ho un problema.
A volte faccio delle cose, compio delle azioni dettate dalla mia buona fede, ma senza pensare che potrebbero avere conseguenze non sempre meditate.
Tutto questo per dire che ho fatto una figura di merda colossale.
Cioè io ero partita con le buone intenzioni.
Una cosa alla "C'è posta per te".

Prologo.
Durante capodanno 2000, a Roma, conobbi un ragazzo.
Carlo di Teramo.
Avevo poco più di 18 anni.
Era stato un capodanno memorabile quello.
Primo perchè era capodanno 1999-2000.
Secondo perchè l'avevo festeggiato a Roma.
Terzo perchè ero con le amiche con cui da quel giorno non ci siamo più separate.
Quarto perchè avevo conosciuto Carlo di Teramo alla stazione Termini, mentre cercavamo di tornare in ostello che stava tipo alla periferia di Roma; erano le 3 di notte e fino alle 7 non sarebbero ripartite le metro.
Io stavo dormendo quando abbiamo conosciuto sto gruppetto di ragazzi. Non so come feci a conquistare Carlo di Teramo che aveva degli occhi verdissimi. O azzurrissimi. Vabbè dettagli.
Per farla breve, lo conquistai e poi per un giro strano di sms, lui mi scrisse che l'avevo colpito.
Io avevo subito pensato che si doveva essere confuso con qualche mia amica.
In effetti quel dubbio mi è sempre rimasto.
Ci siamo visti qualche volta a Bologna, poi come tutte le cose tardo adolescenziali, ci siamo scritti qualche mail, messaggi carini, mail carine, ecc.
Le ultime raccontavano che aveva conosciuto Lisa e stava in Germania.
Poi un giorno basta più.
Carlo inghiottito nel nulla.
Riuscii a sapere qualche notizia da un suo amico.
Provai ancora a mandare qualche mail a distanza di anni, e qualche sms. Ma niente.
Ci ero rimasta un bel pò male.

Epilogo.
Ieri mi è arrivata una mail di spam dalla sua mail.
D'impulso, vedendo altri indirizzi, inoltro risposta a tutti.
La mail diceva pressapoco: "ciao scusate il disturbo, bla bla, sono un "amica" di carlo, ci siamo conosciuti a roma nel 2000, bla bla qualcuno ha sue notizie? volevo solo sapere come sta. bla bla"
Le virgolette di amica ovviamente volevano intendere che amica non era propio il termine giusto visto che non ci eravamo più sentiti. Ma questo non l'ho spiegato troppo chiaramente.
Ecco.

Mi risponde Carlo.
Dopo tutti questi anni. Ero emozionatissima.
Mi dice che sta bene, ecc...e altre cose della sua vita.
Poi conclude:
"Divertente. Hai scritto ad un sacco di persone tra cui il mio futuro suocero; Bella trovata.. "

Ok ammetto di aver riso.
Ammetto che sto continuando a ridere.
Carlo, veramente, scusa :))

mercoledì, settembre 14, 2011

More than words.

Chissà se sarò brava come la mia mamma.
Io non so che cosa vuol dire fare la mamma.
Ma so benissimo cosa vuol dire fare la figlia.
La figlia una mamma meridionale e casalinga. Una mamma a cui non piace litigare, premurosa e anche un pò apprensiva. Una mamma che perdona sempre tutto, che anche se si arrabbia poi dice "non bisogna essere cattivi, il male che fai poi ti torna indietro".
Una mamma che mi portava la colazione a letto tutte le mattine: latte appena tiepido con il nesquick. E poi mi veniva a svegliare di nuovo perché mi riaddormentavo con il bicchiere in mano.
Una mamma che mi fa l'orlo ai pantaloni all'ultimo minuto dieci minuti prima di uscire, anche se poi sa che deciderò di mettere la gonna.
Una mamma che tutte le volte che le dicevo "da oggi sono a dieta", faceva la parmigiana, le patatine fritte, la torta di mele, le lasagne e gli involtini. Una mamma che si compra le stoffe al mercato e si fa i tailleur con burda, che poi la cucina si riempiva di pezzetti di filo da imbastire che si appiccicavano ovunque. Una mamma che prende il caffè con la vicina di casa due volte al giorno.
Che se le dici "Mamma non vengo a pranzo" e all'ultimo minuto le dici "Anzi no vengo, ma siamo in tre" risponde "Eh però ora mangiamo quello che c'è" e poi ti ritrovi il pranzo di natale in tavola. Che quando esce di casa é sempre in ordine, con gli orecchini, un pò di rossetto, e la matita nera negli occhi.
La matita negli occhi che ho imparato a mettere anche io così, dentro la palpebra inferiore. Perchè quando ero piccola ammiravo incuriosita ed estasiata quel gesto per lei disinvolto.
Non lo so proprio cosa vuol dire fare la mamma.

Ora però, ecco...ora dovrò imparare.
Chissà se sarò capace di avere sempre le parole giuste a disposizione, se saprò consolare, incoraggiare, spronare, coccolare.
Se saprò essere paziente, fantasiosa, divertente.
Attenta e anche un pò finta tonta.

E chissà, chissà se il piccolo bambino che mi sta crescendo nella pancia, sarà orgoglioso di avermi come mamma, come io lo sono della mia.

domenica, luglio 24, 2011

Il filo di Arianna

Ci sono delle cose, che quando le fai, ti sembra che facciano parte di te da sempre.

Tipo, a me piace aggiustare le cose.
Vabbè non sempre ci riesco ma chi se ne frega.
A volte quello che aggiusto sembra uno sgorbio, e poi ho fretta di finire quindi gli ultimi ritocchi li faccio veloci.
Però quando io trovo una cosa rotta mi prende una specie di frenesia che io sta cosa la devo aggiustare.
Una volta ho aggiustato una sedia della mia amica che aveva il sedile bucato dagli artigli di micia.
L'ho rifoderata usando la tovaglia di pastica a qudretti. Umh ora la sedia é mia:)
Poi ho quasi aggiustato una sdraio dei bagni che le stavo facendo la posta da un sacco.
Il mio progetto prevedeva di imbiancarla e di competarla con il telino della stoffa ikea già cucito, ma poi è arrivato l'inverno.
Ultimamente vado matta per il fili.
Da quando c'è gattino in questa casa, abbiamo detto addio a lampade, caricabatterie di cellulari, caricabatteria del pc, fili della radio, ecc.
Per ultima la Playstation che in realtà io avevo già sabotato staccando semplicemente una presa e imboscandola dietro il mobile della tv, ma poi ci ha pensato gattino tranciando il filo del video a dare il colpo di grazia.
Grazie gattino.
Solo che poi ci mancavano troppo le telecronache finte di Fabio Caressa e Beppe Bergomi...
E i "biup" "biup" "biup" dell'allestimento del campionato mondiale 1982.
Così ho preso il tagliapellicine e il nastro isolante nero.
Io mi ricordo che da piccola guardavo estasiata mio papà quando aggiustava tutto.
Quando intrecciava quei fili con la stessa abilità di un sarto.
La prima volta che ho aggiustato dei fili è stato quando ho sommato due cuffie per il walk man.
Il filo di una, le cuffie di un'altra.
Premere play e sentire la musica passare dalla cassetta attravarso il tuo esperimento e raggiungere le tue orecchie, me lo ricordo ancora adesso il sorriso che mi era venuto.
Stessa cosa per il mio caricabatteria del nokia, e per quello del pc ultimamente.

Così quando ho acceso la tv ed è appasrsa di nuovo la scritta Playstation, beh.
Un'arma a doppio taglio.

giovedì, aprile 14, 2011

Scripta manent.


Il mio errore, quando scrivo, é pensare che qualcuno mi legggerà.

Una volta non ci pensavo. Buttavo su queste pagine pensieri che dalla mia testa attraversavano le braccia e senza filtri, dalle mani, poi alle dita, passavano sulla tastiera e si materializzavano sul foglio bianco del blog.
Non pensavo che qualcuno avrebbe potuto mal intepretare, giudicare in maniera dura i miei pensieri, lamentarsi perché mi lamentavo troppo, dirmi che non scrivo più come una volta, farmi sentire in dovere di scrivere cose furbe, o interessanti, stando attenta a non offendere nessuno, a usare le parole e le frasi che poi magari sarebbero piaciute di più, a non dilungarmi troppo perché se no non hanno tempo per leggere, poi sei noiosa, o peggio che potevo essere presa in giro.
Pensavo solo che a me piaceva e scrivere. E lo facevo.
Lo facevo come quando si impara ad andare in bicicletta che poi quando impari non devi pensare più a come tenere l'equlibrio.
E poi mi serviva. Mi faceva sentire meglio. Vedere i miei pensieri depositati su un foglio, mi faceva stare più leggera. Come quando svuoti la borsa perché pesa due tonnellate e non sai come mai.
Quando scrivevo non pensavo che a scrivere. Non a stirare, lavare i piatti, fare il cambio di stagione, dove sono i gatti, cosa avrò mai detto, oh cavolo come è tardi.

E' che avrei bisogno di scrivere tutte le mie preoccupazioni.
Ma allo stesso tempo non voglio che nessuno le veda.
Avrei bisogno di lamentarmi. Si vaffanculo di lamentarmi.
Di far uscire ancora qualche lacrima da questi occhi come quelli di mamma.
Avrei bisogno di sentirmi meno sola, ma é che io non so tanto chiedere aiuto e poi non mi piace sentirmi dire cose che non mi piacciono.
Vorrei sapere cosa devo fare senza sentirmi in colpa maledizione.
Un pò di giorni fa ho trovato su google una spiegazione a certi miei comportamenti.
Ho scoperto di essere sensibile patologica. E questo é un problema.
Cioè sapevo che la mia sensibilità era anormale, ma ho imparato a conviverci comportandomi sempre che prima devono stare bene gli altri.
E' un meccanismo perverso, perché non ti fa mai dire di no quando qualcuno ti chiede esplicitamente o meno aiuto, anche se in quel momento vorresti gridare "ma cazzo per una volta puoi aiutare tu me??"
E invece ti blocchi. Sopprimi tutto in fondo al cuore, nella punta che sfiora lo stomaco.
E' brutto perché i tuoi bisogni, e i tuoi sogni, ecco quelli vanno a finire in fondo alla lista delle cose da fare.
Poi passa il tempo.
Guardi indietro e i tuoi sogni sono talmente lontani che nemmeno riesci più a leggerli.
Allora provi a guardare avanti.
E davanti vedi uno specchio.
Da piccola facevo quel gioco di mettere gli specchi in modo che facessero mille riflessioni.
Uh che bel gioco di parole.
Scrivevo che non me fregava di scrivere cazzate.
Di essere presa per scema, poco intelligente.

Sono preoccupata perchè non so cosa devo fare.
Non sono capace a fare qualcosa. Qualcosa per me.
Ma no perché me lo impediscono. Perché sono io che non sono emotivamente capace.

Mi sono anche resa conto, così all'improvviso, per una stupidaggine casuale trovata su internet, un'altra, di quante lacrime inutili ho versato, e di quanta rabbia inutile ho sprecato.
Di quanto il mondo sia andato avanti, mentre io stavo con il fermo immagine.
Vaffanculo anche per questo. Per non averlo capito prima.
Ora che l'ho capito mi sento come se riuscissi sempre a finire il "Campo minato"

Vabbè visto che ora ho troppo sonno per risolvere sta roba, mi mangerò un cucchiaio di nutella, che sicuramente non risolve ma aiuta.
Buonanotte.

lunedì, febbraio 28, 2011

Cavoli amari.


Sapevo che prima o poi sarebbe successo.
Non precisamente quando, ma ero in attesa.
Sapevo che la mia morbosa sensibilità sarebbe un giorno esplosa.
Diciamo che il periodo non è tanto azzeccato, ma certe cose non le puoi programmare.
Diciamo che ti poni delle domande e cerchi di darti delle risposte.
Del perchè ora, del perché a te, perché prima si e ora no.
Perchè non riesci a vedere le cose come le vedono gli altri.

Allora ripensi a quando avevi fatto il funerale alle formichine che tua sorella aveva calpestato, con tanto di pianto e pensiero alle loro famigliole.
Ripensi ai cani randagi della Sicilia, sotto il sole, che non ti puoi nemmeno avvicinare perchè nessuno gli ha mai insegnato l'affetto.
Ripensi ai pesci che nuotano liberi e felici e improvvisamente vengono catturati da ami taglienti o reti insidiose.
Pensi a quando muore la mamma o il papà cervo e i cuccioli rimangono orfani.
Agli agnelli che non diventeranno mai grandi.
Al maiale trascinato al macello. E così la mucca.
Al cavallo che punta gli zoccoli perché sa, in cuor suo, che é finita.
O alle galline, stipate in gabbie soffocanti, alle quali nel migliore dei casi viene tirato il collo.
Pensi che detesti i circhi, gli acquari, le gabbie, gli zoo.
Pensi che non vedi l'ora di avere una casa in campagna per lasciare correre Gattino e Pritt sui prati.
Pensi, pensi, pensi.
E il tuo stomaco si stringe forte.

Ora io non chiedo tanto.
Chiedo solo che mi non si rompano i maroni.
Che esiste il rispetto, magari non la condivisione, ma il rispetto si.
Che é una scelta che non fa male a nessuno.
Una MIA scelta.
E che ognuno è fatto a modo suo.
E questo é il MIO modo.

sabato, febbraio 19, 2011

La ballerina del carillon.


Se avessi potuto scegliere una carriera, avrei scelto quella della ballerina di danza classica.
A me è sempre piaciuto ballare.
Ma tipo ascoltare la musica un pò malinconica e improvvisare i balletti di danza classica nella mia cameretta.
La porta chiusa e tutto il trasporto della musica che mi entrava nello stomaco e attraversandomi il petto arrivava alla testa.
La mia cameretta era un rettangolo e quindi si prestava bene alle piccole corse e ai balletti.
Chiudevo gli occhi e facevo finta di essere una brava ballerina tutta passione e tecnica.
Immaginavo di calzare delle splendide scarpette rosa un pò consumate con la punta in gesso e i nastri di raso stretti introrno alle caviglie. Immaginavo i miei collant rosa che mi fasciavano le gambe e si infilavano sotto il tutù. E poi lo chignon. Lo immaginavo alto, altissimo. Immaginavo anche il naso alla francese.
A volte usavo la cassettiera bianca coi pomelli dorati come sbarra appoggiando il piede tra il televisore e il videoregistratore.
L'ho fatto per tanti anni. Usavo le cassette registrate di mia sorella, quelle compilation strappalacrime che avevano titoli tipo "amore per sempre" o "topo e topa" con le canzoni mozzate o registrate dalla radio.
Ho fatto anche la ginnastica ritmica e il saggio di fina anno con le grandi.
Ma questo per davvero.
Poi giorno un giorno ho smesso di diventare alta.
Ho smesso di indossare collant rosa. E i miei capelli sono rimasti sciolti sulle spalle.
E il mio sangue meridionale ha modellato il mio corpo.
Ma io, io non ho ancora smesso di sognare alla mia carriera da ballerina di danza classica.

Ora mentre cercavo di coltivare la mia passione per la scrittura, Gattino ha morsicato il filo del caricabatteria del pc, facendogli fare le scintille, e staccando la spina è saltata la connessione che in casa prende solo dalla parte di letto di azzu che ho confinato in sala a giocare ai videogiochi e poi Pritt ha iniziato a leccarsi il pazzo vicino a me e non è così che avrei voluto scrivere.
E questa cosa che non riesco più a scrivere quando voglio con i tempi miei, mi sta facendo tenere tutte le emozioni compresse che poi finisce che piango per le cagate. E la mia paura più grande è di non riuscire più a scrivere che è l'unica cosa che mi piace fare.

Così ho deciso che domani vado a cercare il portagioie con il carillon che mi aveva regalato l'amica di mamma e che, anche se la ballerina ha perso il tutù e forse un braccio, io l'ho conservato, perchè ero certa che prima o poi sarebbe tornato il momento di ascoltarlo.

Ascoltarlo e ricominciare a sognare.

mercoledì, febbraio 02, 2011

Il treno dei desideri.

GiustificaQuando ero piccola mi piaceva viaggiare in treno.
Di notte.
Per andare in Sicilia facevamo i viaggi in treno. Cuccetta. O vagone letto.
Non ho mai capito la differenza: so solo che uno aveva le lenzuola di stoffa; l'altro aveva le lenzuola di carta e puzzava di treno, un odore di ferro misto a immondizia estiva.
A me poco importava della qualità della biancheria da letto.
Perche mi piaceva davvero troppo dormire in treno, di notte.

Di solito partivamo nel tardo pomeriggio.
Le valigie non si contavano.
Io aspettavo con ansia l'ora di cena perchè sapevo che poco dopo saremmo andati tutti a dormire.
Mia mamma preparava la borsa frigo con dentro un milione di panini con le cotolette impanate. Poi c'erano i formaggini galbani. E un sacco di bottigliette ghiacciate di acqua. Perchè diceva "Non si sa mai"
Io ero felice anche se stavamo tutti stretti con i borsoni addosso. Anche se lo scompartimento si muoveva tutto e non potevi stare in piedi che perdevi l'equilibrio. Anche se c'era la puzza di ferro misto a immondizia estiva.
Facevamo un sacco di briciole con quei panini. Io più di tutti. Per non farle vedere le spingevo con il piede sotto il sedile.
Finito di mangiare cominciavo a dire"Tiriamo giù i letti? tiriamo giù i letti?"
E mia mamma si agitava che lei si agitava sempre quando viaggiavamo.
Volevo sempre dormire in alto.
Così mi mettevo nel mio stretto lettino con le lenzuola di carta o di stoffa.
Mamma faceva il cruciverba, mia sorella forse ascoltava la musica con il walk man, papà si addormentava subito e io, io pensavo.
Prima di coprirmi aspettavo il brivido di freddo perchè sul treno, dopo un pò che stai senza coperte senti il brivido di freddo. Per me, il brivido, era il momento più bello. Ogni tanto, ancora adesso, quando sono nel letto aspetto il brivido di freddo prima di coprirmi e così mi ricordo del treno e sono felice.
Mi piaceva dormire nel treno perchè mi sentivo protetta tra il dondolìo del vagone sui binari e quello scompartimento così piccolo.
Durante quelle notti mi venivano i pensieri più tristi, dolcemente tristi, malinconici: anche se avevo solo 10 anni ero già malinconica.
Poi aspettavo quando il treno si fermava nelle stazioni. Mi giravo al contrario, scostavo la tenda e guardavo dal finestrino la gente a tardissima ora che aspettava sulla banchina.
E mi immaginavo le loro storie.
Ogni tanto dal letto mi affacciavo di sotto e vedevo il viso di mamma che dormiva illuminato a intermittenza dalla luce dei lampioni o della luna. Oppure guardavo di sopra il braccio di mia sorella che penzolava. E sentivo il respiro forte di papà che si mescolava al rumore ritmato del treno.
Mi capita spesso prima di dormire di chiudere gli occhi e di dondolarmi qualche istante.
Mi piacerebbe un volta riaprirli e trovarmi nel treno, di notte.
Per sentire il rumore dei binari, vedere la gente sulla banchina che aspetta, sentire l'odore di ferro misto a immondizia estiva. E fare i pensieri malinconici di una bambina di 10 anni.

Quando si dice, la felicità nelle piccole cose...

mercoledì, gennaio 05, 2011

Nuovo inizio.

Ogni tanto mi vengono gli inizi.
Forse dovrei appuntarli su dei pezzi di carta, ma sono troppo pigra per farlo.
E le mani ghiacciate certo non mi aiutano.
Forse dovrei bere anche meno caffè.
Mi vengono gli inizi perché quando guardo una cosa, mentre si riflettono le immagini sulle mie pupille, nella mia testa si forma l'inizio.
L'inizio di una descrizione.
Come la prima pagina di un libro.
Come la voce narrante di un film.
Mi vengono gli inizi, ma subito dopo le poche righe sospese nell'aria, si disperdono perchè la mia attenzione viene interrotta talvolta dalla signora di fianco a me che deve a tutti i costi proferire parole che non asolterò ma mi limiterò a far finta di ascoltare con il cenno del capo ; talvolta dallo squillo insistente del telefonino, che si farà ancora più pressante nel momento in cui continuerò a cercarlo mescolando nella borsa, il portafoglio, i fazzoletti di carta, lo specchietto, e altre cose che al tatto mi resteranno ignote; talvolta da un pensiero improvviso, come lo scoppio di una lampadina, che mi ricorda che mi sono dimenticata di qualcosa.
Mi piace quando mi vengono gli inizi perchè mi sembra di essere uno spettatore al cinema.

"Angela indossava dei pantaloncini corti, neri. Forse un pò troppo azzardati per la stagione invernale. E forse un pò troppo azzardati anche per le dimensioni delle sue cosce. Portava collant velati, anch'essi neri, almeno 15 denari.
Indossava tutto con estrema disinvoltura.
Gli stivali alti fino ginocchio, marrone chiaro, non davano l'idea di essere delle calzature confortevoli.
I suoi capelli lisci, mori, che arrivavano a metà schiena, coprivano parte del maglioncino in finta lana.
Quando Angela si è voltata la sua spalla destra è scesa di dieci centimetri. Poi un altro passo e giù di nuovo di dieci centimetri. Di solito mio papà mi diceva che quando una persona aveva una gamba più corta e magra dell'altra, da piccola poteva aver avuto la poliomelite .
Una volta avevo letto su "Gente" un articolo di una signora che aveva vissuto in un polmone d'acciaio per la poliomelite. Quasi tutta la vità sdraiata dentro un contenitore di acciaiaio. Solo la testa fuori e poteva vedere gli altri perchè sopra il viso le avevano messo uno specchietto.
"Allola, dopo tocca a signola, e poi a lagazzo fuoli da negozio, poi altla signola e poi tocca a te, gentile cliente".
Queste ultime due parole, scandite con ironica adulazione, mi fecero scoppiare a ridere.
Nel piccolo negozio l'odore di umidità era pungente.
Gli specchi grandi che coprivano una parete, sicuramente non erano stati puliti di recente.
Sulla destra, appoggiati per erra, gli arricciacapelli caldi.
I due giovani e esili lavoranti, in piedi, muovevano le loro mani e le braccia ininterrottamente.
In silenzio.
E ogni esigenza del cliente era tradotta dal ragazzo seduto alla cassa, dall'italiano a un incomprensibile cinese.
Nel giro di mezz'ora il negozio si era rimepito di signore. Donne di tutte le età, di tutti i colori della pelle e di tutte le lunghezze di capelli.
Sicuramente Angela avrebbe lavorato fino a tarda sera, anche l'ultimo giorno dell'anno..."

mercoledì, dicembre 15, 2010

Lacrime dalla Luna

Come se le mie emozioni fossero improvvisamente diventate più timide, riservate.

Congelate da spolverate di neve e soffi di gelo, si riescono a sciogliere solo tra le mura domestiche.

Come ieri.

Tra l'ultimo lembo di coperta di pile, prima di tuffarci nel piumone dell'inverno, il ricordo di mia nonna materna si è fatto largo tra i pensieri.

Qualche parola, ma più che altro qualche immagine.

Lei seduta in cucina, lei che perde la ragione lentamente, lei che ha il suo nipote preferito, lei che russa di notte e non mi fa dormire, lei che mette in ordine le sue buste di plastica gelosamente conservate in un cassetto.
Difficile comprendere il concetto della "non esistenza".

E una lacrima esita, ma subito dopo scorre silenziosa dalla mia guancia, al naso di Azzurro, al cuscino.

Come se le mie emozioni arrossissero di fronte agli sconosciuti.

Come se le mie lacrime, ogni tanto, avessero bisogno di un pò di riservato silenzio.

"...nasce la mia canzone

come una tentazione

che seduto sul mio letto

golosamente aspetto

e vola un’ emozione

e sara’ canzone

che scivolando va

fuori dalla stanza..."


martedì, novembre 16, 2010

Dolce celeste nostalgia.

La cucina di casa era una Salvarani.

Mamma ha sempre osannato la Salvarani. Diceva che era indistruttibile. “Guarda, è sempre come nuova” diceva.
Era fatta di fòrmica marrone chiaro.
Le ante invece erano beige con finte venature marroncine. E la maniglia nera alla base.
Aveva i piedini neri e stava sollevata da terra di almeno 20 centimetri.
Nell' angolo continuo alla porta c’era il mobile che dentro aveva una cosa che girava e Mamma lì incastrava i contenitori della tapperware e le pentole dell’AMC. Pure quelle erano indistruttibili. Solo i pomelli si spaccavano, ma siccome erano garantite a vita bastava telefonare al tecnico e lui arrivava subito a casa con un pomello nuovo.
Il tavolo invece è stato prima quadrato, poi rettangolare, poi rotondo, poi di nuovo quadrato.
E’ che non bastava mai per le cose che cucinava Mamma. Ma soprattutto per le persone che si fermavano a pranzo.
Le sedie erano del colore della cucina con le gambe di metallo. Dopo l’ingresso in prima elementare, sotto ogni sedia, avevo scarabocchiato il nome di chi ci doveva stare seduto.
E ogni tanto controllavo che ognuno avesse la sua sedia.

Studiavo sempre in cucina da piccola, mentre Mamma lavava i piatti o si dedicava al suo passatempo preferito: cucire i vestiti con i cartamodelli di Burda.
Io stavo seduta dando le spalle alla porta con il viso rivolto verso la finestra. Spesso, siccome mi veniva sonno, appoggiavo la testa alla spalla sinistra e inclinavo il quaderno a destra e quando Mamma mi vedeva mi sgridava: “Tirati su, dai” diceva.
Già allora non ero molto costante e così studiavo a intermittenza con una concentrazione svagata. E’ che lei faceva sempre un sacco di cose più interessanti…

Mamma era brava a lavare i piatti: riempiva il lavello di schiuma. Poi metteva dentro i bicchieri. Poi le posate. Poi i piatti. E per finire le pentole. Lavava sempre tutto senza guanti. “Con i guanti non si sente se sono puliti” diceva.
Ogni tanto le scivolava un Duralex e faceva il botto per terra. E’ per questo che abbiamo sempre avuto i servizi di bicchieri tutti diversi uno dall’altro.
Alle quattordici arrivava sempre Gianna, la vicina, per bere il caffè.
Macchiato con un po’ di latte freddo e il dolcificante, Gianna.
Macchiato con con lo zucchero, Mamma.
Come fanno tutt’ora.
A me concedevano una tazzina di latte con un goccio di caffè.

Vicino alla casa della strega Genoveffa c'è un prato incantato: girasoli, genziane e ginestre sono sempre fioriti. Gigi il gatto ammira un geranio gigantesco, ma Genoveffa lo scorge e mette alcune gocce di una pozione magica in un bel gelato. Gigi lo lecca e si trasforma in una giraffa. Disperato grida : " Aiuto! Aiuto"
Cerchia Gi e Ge e inventa un finale per la storia.

A volte svuotava un mobiletto e lo rimetteva tutto in ordine bene.
Altre volte preparava la cena. La maggior parte delle cose che cucinava contenevano sugo rosso di pomodoro. O cose impanate. Quando faceva le torte mi faceva assaggiare l’impasto crudo perché le dicevo se doveva aggiungere zucchero. Alla fine, come premio, mi lasciava il contenitore vuoto con gli sbavi di impasto che io finivo di pulire prima con il cucchiaino, poi con le dita.
Lo attendevo con ansia, facendo finta di niente.

Il Piemonte è una regione dell’Italia nord-occidentale con capoluogo Torino. Confina a ovest con la Valle d’Aosta, a nord con la Svizzera,...

Quando cuciva con Burda allungava il tavolo. La carta velina la comprava dal tabaccaio sotto i portici, vicino casa. La stoffa al mercato il lunedì mattina o dal Gobbo. Poi usava la macchina da cucire che faceva tremare tutto tavolo e il pavimento si riempiva di pezzetti filo bianco da imbastire. Annodava il grembiule dietro la schiena, avvolgeva il metro giallo intorno al collo e poi teneva gli spilli tra le labbra serrate. Quando finiva il lavoro si pavoneggiava:”Guarda che bella giacca che ha fatto la tua mamma” diceva.
Ogni tanto cuciva qualcosa anche a me, ma diceva che ero troppo pignola. Mamma mi ha sempre chiamata La principessa sul pisello. "Come farai a trovare un fidanzato!!" diceva.

L'addizione è un'operazione aritmetica che ha due numeri detti addendi a cui associa un terzo numero detto somma…

Spesso ci faceva compagnia la nonna, sua mamma.
Disegnava i fiori con un tratto tremolante, poi cantava con la voce tremolante, e poi faceva le calze a maglia. O i berretti. Perdeva i punti anche se aveva gli occhiali che le facevano gli occhi grandi grandi. Azzurri.

Poi, piano piano, il pomeriggio scivolava accompagnato dal ticchettio dell’orologio.
Il grigio del cielo lasciava spazio al blu della notte.
Era allora che Mamma accendeva la luce e tutta la stanza si colorava di ocra.
Il resto della casa rimaneva al buio, in silenzio, come per non disturbare.
Solo la lunga scia d’inchiostro sul mio quaderno e il ritmato scorrere del filo tra la sua stoffa.

lunedì, ottobre 18, 2010

Dove c'è Muffin Pat, c'è Casa.

Probabilmente il proprietario della Lancia Thesis verde scuro pargcheggiata di fronte al negozietto di alimentari e al negozio di materassi, non verrà mai a conoscenza della scenetta che si è svolta oggi pomeriggio verso le 16,00, intorno alla sua macchina.

Erano appunto le 16,00 quando mi stavo recando al bancomat a risanare il mio eterno debito con la Vodafone omnitel.
Mi ricordo quando ancora non esistevano le Sos Vodafone Ricarica che ancora si poteva andare sotto di soldi e io ogni volta sfidavo il mio conto telefonico. Fisso arrivavo sempre a meno 3/4 milalire. Poi mi bloccavano tutto. Ogni tanto dicevo "mo viene il signor Omnitel e pignora la macchina minimo se continuo così".Giustifica
Comunque, dopo aver detto mentalmente tre o quattro parolacce per la solita coda che c'è a quel bancomat, e essermi messa in coda, il mio udito da wonder woman, in mezzo ai rombi delle macchine, al martellare del cantiere lì vicino, ai campanelli delle biciclette, ai bambini urlanti, ha sentito un disperato e esile miagolìo.
Da quando ho i Pritti (n.d.r. Pritti e Gattino al plurale sono I Pritti), io sono diventata ancora più sensibile al mondo animale. Io se vedo un gatto per strada vorrei portarmelo a casa.
Ma questo purtroppo non si può.
Così ho guardato il palazzo di fronte pregando che venisse da una casa, chessò magari era solo un piccolo gattino affamato.
E ho continuato la coda, ma poi non ho resistito e mi sono messa a cercare di capire da dove venisse il miagolìo. Mi sono coricata sotto le macchine, ho guardato dentro i buchi per strada quelli delle cantine, nei balconi, vabbè da lontano, ma niente. Poi ho ristretto il raggio. Il gattino doveva per forza essere tra una Lancia e una macchina grigia. Così mi sono ricoricata per terra diventanto un tutt'uno con l'asfalto.
Il gattino era proprio lì. Nel cofano, quello dove c'è il motore, della Thesis.
I miei occhi hanno iniziato a gonfiarsi di lacrime e il nodo in gola a farsi più stretto.
Non potevo andare via oramai. Dovevo tirare fuori quel gattino.
Così nel giro di mezz'ora ho mobilitato:
1.una signora che pure lei doveva ritirare al bancomat e che è stata solidale con me fino alla fine;
2.la signora del negozio di alimentari che mi ha fornito: una pila (scarica)e un elenco del telefono per chiamare i vigili;
3.il proprietario del negozio di materassi che mi ha fornito carta e pennarellone rosso (per scrivere un messaggio al proprietario della Thesis ovviamente), che gli ho pure macchiato il tavolo di legno per scrivere:) - azzu questo non lo sa:))- ;
4. i vigili urbani della centrale + sui vari cellulari, quelli che potevamo conoscere.
5. Azzu. che è arrivato con una pila più funzionale e il mangiare di pritti, che a pritti non abbiamo detto nulla senò si sarebbe attaccato alla scatola con tutte le sue forze;
(E' da queste cose che capisco che Azzu deve amarmi davvero tanto. E viceversa:)
6. i vigili urbani pregandoli di rintracciare il prorpietario della Lancia+ tutti i vigili che potevamo conoscere rintracciando i loro cellulari;
7. tre o quattro passanti.
E per finire i Vigili del fuoco che sono arrivati un pò sorridendo.

Ecco mentre eravamo tutti intorno alla Lancia, il piccolo gattino decide di uscire, scappando come una scheggia beffandosi della mia disperazione, per andarse a infilarsi esattamente dentro il cofano di Azzu.:)

E' a quel punto che io ho sentito la musica della Barilla.

Mi sono immaginata in un attimo un altro fratellino per Pritti e Gattino. Si perchè il micino era tutto nero cicciotto.
Io gli volevo già bene. L'avrei chiamato Thesis.
Saremmo stati tutti felici nella nostra piccola casetta. Già vedevo pritti e gattino accoglierlo a zampe aperte dandogli delle leccatine di benvenuto.
Se non fosse che poi il piccolo gattino è di nuovo schizzato via perdendosi tra altre macchine.
Così tra una arrivederci e un grazie, ognuno è ritornato alla sua vita.

Io penso ancora un pò al piccolo gattino.
Con le lacrime che poco poco fanno capolino.
Azzu non lo sa ancora, ma io magari domani vado di nuovo al bancomat, e magari do un'occhiatina sotto le macchine...

martedì, ottobre 12, 2010

Cambio rotta.

Ho messo in ordine i vestiti estivi per categoria in delle scatole ikea numerate da 1 a 5 e per ogni scatola c'è un foglietto con segnato quello che c'è dentro la scatola.
Negli armadi è tutto perfettamente sistemato sulle grucce scelte con cura.
I cassetti delle mutande e delle calze mimano il pantone.
La velina dell'eurospin gira su tutto il pavimento e a seguire le setole della scopa. E a seguire Gattino. E a seguire Prittone.
Ho anche messo a posto tutte quelle cartacce e pile di documenti impastati che era dieci anni almeno che giravano da un mobile all'altro, dalla cantina alla cameretta, all'ufficio, alla casa nuova, alla cantina e di nuovo alla casa.
Tutto quello che potevo ordinare in maniera maniacale, l'ho messo in ordine.

Nessuno direbbe mai che quando sono nervosa metto in ordine in maniera ossessiva.
L'ho sempre fatto in realtà. Fin da bambina.
Bastava farmi arrabbiare e svuotavo cassetti e armadio e cominciavo a ripiegare tutto, buttare il superfluo, pulire con prodotti disinfettanti. Anche se davo il meglio con i mobiletti del bagno. Quando mia mamma mi vedeve così frenetica, capiva, ed era felice.
Anche perchè, seppure distruttiva, ero utile.

E poi amo guardare il risultato. Ammiro estasiata.
Come buttare giù un bicchiere di the freddo con 40° all'ombra.
Come un'iniezione di morfina. Un bagno caldo dopo una giornata di merda.

Ho messo pure in ordine le unghie e i capelli.
Uso la lima e tronco l'entusiasmo dei bordi seghettati.
Uso la piastra e sedo le mie onde sregolate.

E ho buttatto.
Buttato tutto il buttabile. Scarpe, vestiti, carte, istruzioni, foto.
A volte sto male, tanto che i miei occhi, appena mi fermo, si gonfiano di impercettibili lacrime, confondibili fortunatamente con i primi freddi.
A volte, invece, ironizzo. Ironizzo talmente tanto che sento pure le risate regitrate.
Ma l'ironia non basta non basta più.
E viene spazzata dagli eventi inarrestabili, che, industurbati, se ne fregano se te speri ancora che il mondo, un giorno, possa invertire il senso della sua viziosa rotazione.

venerdì, ottobre 01, 2010

Star Trek.

Io e Fabrizio abbiamo sempre litigato.
Fin da quando ero piccola.
Non sopportavo il suo modo di fare arrogante e saccente.
Ma ancor di più non ho mai sopportato il suo stereo, che mitragliava musica a tutto volume e rimbombava nel salone e poi su per le scale e poi fino sotto le porte delle camere.
Litigavamo perchè io gli dicevo "Abbassa sta musicaaa" e lui "no!" e poi l'abbassava di un microgiro di manopola.
E andavamo avanti così, fino a che io mi stufavo, mi alzavo, e gli abbassavo io quella musica.
Forte della mi posizione di "figlia del capo".
Poi sono cresciuta e per un pò l'ho ignorato.
Non mi è mai stato molto simpatico.
E' che va in giro come se foss euscito da un film anni '70-80. Da Star Trek per l'esattezza.
Ha i polsi pieni di braccialettini tipo scooby doo o fatti con le perline, il giubbotto di jeans con il colletto di finta pecora, i jeans quelli con la vita alta. E poi le felpe sono quelle con lo smile ad esempio.
Poi la sua bicicletta è piena zeppa di quegli affarini di plastica che segnano la taglia nelle gruccette.

Un giorno, al mare, così, senza troppi preamboli mi si è avvicinato e mi fa: " Tieni, ho fatto questo braccialetto con le perline nere per te, come ti piaceva"
Ecco, le mie lacrime mi si sono annodate in gola.
E oggi, oggi mentre lo stavo acompagnando da una parte, lo vedevo che guardava in giro delle vetrine vuote.
Io gli faccio"oh ma che fai?"
E lui mi fa con la sua voce un pò farfugliata" Beh adesso che vi hanno mandati via dagli uffici, bisognerà trovare un ufficio nuovo, tipo questo va bene."
E io giù di nuovo a ricacciare ste lacrime inopportune.

Fabrizio, che hai un milione di cd da far invidia a un dj, che sai tutte i titoli delle canzoni degli anni 60-70-80-90, e che ti compri i giornali dei tatuaggi, anche se non te faràai mai uno, ecco Fabrizio, spiegalo tu a quei signori che non siamo solo teste da eliminare.
Né noi, tantomeno tu.

martedì, agosto 17, 2010

Test di personalità distorta

E' vero.
Mi piace parlare di me.
Quindi faccio questa cosa che era nel blog di Erica.
"Praticamente il gioco consiste nello scrivere avvenimenti e ricordi per ogni anno della vostra vita. Cose belle e cose brutte, è indifferente!"(cit.)
Ma siccome non mi ricorderò una mazza vado a ritroso.
29.
Cavolo forse 29 punti sono troppi:)
29. Mi faccio le seghe mentali sul futuro del mondo. Ecc.
28. Conosco il mio moroso di adesso. Viviamo insieme. Siamo disordinati e ritardatari. Il mese prima prendo un gatto. Pritt che ingrassa a vista d'occhio.
27. Vado a vivere da sola. Affitto in bilocale. Con balcone ad angolo e ampio sgabbuzino.
26. La mia vita sentimentale è una merda. Dimagrisco.
25. Vengo lasciata dopo 5 anni. Ma lui continua a lavorare DA me. Una merda. Credo di essere andata un bel pò in depressione:)
24. Non pervenuto
23. Non pervenuto
22. come su
21. Faccio una festa di compleanno durante la quale ero in lite con il mio moroso e la mia amica del cuore.
20. Non ricordo una mazza
19. Idem come su
18. Mi ubriaco per la prima volta. Agli scout. Con la Wodka alla pesca. Per una delusione amorosa.
17. Troppo lontani
spe ricomincio da capo.
1. Imparo a sopportare mia sorella
E così per i 2,3,4.
5. Ho imparato a scrivere e leggere prima del tempo perchè mia sorella mi faceva fare la scuola coi compagni immaginari -_-
6. A scuola mi fanno sedere vicino a una ragazzina disabile con il mio stesso nome.
Io non lo sapevo, ma avevo il futuro già pianificato da allora.
7. Scopro l'amore per Carlo. Tutte le femmine erano innamorate di Carlo.
8. 9. 10. Porto una frangetta orrenda.
11.12. Vuoto
13. Mi innamoro seriamente per la prima volta
14. Mi innamoro seriamente per la seconda volta ma stavolta dura tanti anni. Giuseppe. Chi mi conosco conosce inevitabilmente anche lui.
15.16.17. Più o meno come sopra, ma faccio altri pasticci sono troppi e siccome sono le 12,55 e ho fame, vado a mangiare.

sabato, agosto 14, 2010

Vicini e lontani.

Quando ero piccola sentivo le voci.
Le voci dei vicini.

La mia vicina di destra era Gianna.
Quella di sinistra, Liliana.
Gianna la sentivo di solito al mattino, durante il pranzo e quando facevo i compiti.
E' di queste parti, e dice "nè?". Di solito parlava con il gatto Tiam, che poi però è morto, e allora dopo ha preso il cane Luky, che ogni volta che lei e mia mamma aprono le porte a tempo, si infila in casa di mia mamma, che siccome è meridionale, gli da un biscottto da mangiare e non capisce che gli fa male.
Mia mamma e Gianna prendono il caffè insieme due volte al giorno, da quando abitano lì.
Al mattino e dopo pranzo. Si bussano dal muro.
Ogni tanto mia mamma mi diceva:"bussa a Gianna!" ma io non ero capace a bussare come lei e infatti se bussavo io, Gianna non arrivava mai.
Mi piaceva anche ascoltare Gianna che lavava i piatti, mentre io studiavo con la testa appoggiata sul tavolo della cucina.
Liliana invece, la sentivo nel tardo pomeriggio e la sera quando andavo a dormire.
Lei ogni tanto gridava al figlio di mettere a posto la cameretta.
Oppure mi piaceva quando avevano gente dopo cena (che il più delle volte erano i miei).
Mi piaceva addormentarmi con le voci, le risate, e la voce della tv.
O svegliarmi al mattino con il rumore dell'aspirapolvere di Liliana.
Anche a Liliana mia mamma bussava per chiamarla.
Era il segnale che doveva uscire sul balcone. Poi a volte si prestavano lo zucchero, il caffè, le uova.

Qui a casa nuova i vicini non si sentono.
Stamattina, nel sonno del sabato, misto al temporale, ho sentito delle voci lontane.
Di vicini, mi pare, di mamma e bambini.
Ho teso l'orecchio senza capire cosa dicevano, e mi sono riavvolta nel lenzuolo (Azzurro e Pritt permettendo..)
Ho sospirato
E sorriso.

giovedì, agosto 12, 2010

Lontani dal mondo.


Quando Pierpaolo ti incontrava per le vie della città, si fermava a salutarti. Sempre.
Non era uno che faceva finta di non vederti.
Alto più o meno come me.
Pizzetto soffice sul viso rotondo e paffuto come cicciobello.
Occhi celesti del cielo dopo il temporale.
La borsa a tracolla, i pantaloni sotto al ginocchio.
E le cuffie nelle orecchie che si toglieva con una mano sola.
....
Quel giorno io avevo detto a mia mamma che sarei andata a Levanto, dai frati, a fare un raduno spirituale. Ci ha creduto. Mio papà invece mi sa che ha fatto finta.
Io ci volevo andare davvero la concerto di Carmen Consoli. Ho dovuto mentire.
E prima di salire sul treno che avrebbe portato a me e la mia amica a Milano, abbiamo gridato alla sua mamma che la mia mamma non sapeva niente, e che avrebbe dovuto "coprirci". Lei ci ha gridato dietro, ma il rumore del treno ha coperto la sua voce.
Milano era una città da grandi.
Infatti Pierpaolo era grande e lì ci viveva.

Lo stesso pomeriggio, a casa di Pierpaolo, mentre lui era a lavorare, a me e alla mia amica è venuta fame.
Volevamo fare la merenda. Noi ragazzine delle scuole superiori.
Abbiamo trovato una scatola di biscotti del coinquilino di Pierpaolo.
Era chiusa, ma la fame quando di strizza lo stomaco, ti fa fare cose che poi quando ci ripensi ridi ancora oggi.
Abbiamo aperto quella scatola e cavoli se ne abbiamo mangiati di biscotti.

Io me lo ricordo ancora adesso il sapore di quei biscotti.
L'ho sentito anche in macchina, oggi, quando ho ascoltato le canzoni della musicassetta.

Pierpaolo ha telefonato mentre noi avevamo la bocca piena di pastafrolla e ci ha detto:" Vi porto a mangiare la pizza più grande che fanno a Milano"
Abbiamo cominciato a ridere con le lacrime agli occhi: con tutti quei biscotti nella pancia, la pizza non l'avremmo mai mangiata.
La scatola di biscotti è tornata sopra il mobile della cucina. Sembrava nuova.
Chissà se ci hanno mai scoperte.

Il giorno dopo, il concerto di Carmen Consoli.
Pierpaolo ce l'ha fatta incontrare che io mi sono pure commossa. Tremavo.
Poi ho fatto le foto, che però avevo messo male il rullino così non ne è venuta nemmeno una.
Io ero matta per Carmen Consoli.

Pierpaolo mi ha lasciato solo una musicassetta.
Di quelle che ti registravano con le canzoni preferite e il titolo. Lontani dal mondo.
Nella carta della custodia, la sua calligrafia dice:

"Senza la poesia,
senza la fantasia,
senza la capacità di sognare,
siamo solo degli uomini.
Con la fantasia e la poesia possiamo invece volare
o perlomeno sollevarci da terra,
quel tanto che basta,
per sentirci qualcosa di più.
1/7/1998. Con affetto. Pier"

mercoledì, luglio 07, 2010

Occhio per Occhio.

E' che da quando c'è Prittino nella mia vita, il mio rapporto con gli animali, è cambiato.

Ecco, io ero una che da piccola, prima di andare a dormire, raccoglieva tutti i suoi pelouches, poi li metteva in fondo al lettino a partire dai più grossi, fino ad arrivare ai più piccini e poi li copriva con delle copertine fatte con i fazzoleti di stoffa.
E se di notte mi svegliavo e mi accorgevo che era caduto qualcuno dei pupazzi, mi alzavo e, nonstante avessi paura dei mostri che stavano sotto il letto, lo rimettevo a posto.

Da quando c'è Prittino, dicevo, la mia sensibilità è degenerata.
Se vedo un animale per strada il mio cuore si incrina e i miei occhi si mettono ad accento circonflesso.
Animale che va dal cane, al gatto, all'ape, alla mosca, alla formica, al moscerino.
Qui in Sicilia, ad esempio, è pieno di cani randagi.
Oggi ce n'era uno in strada sotto il sole delle due, e io volevo dire ad Azzu "Fermati che gli diamo da bere", ma poi ho pensato che magari poteva mordermi e allora ho visto il cane che si allontanava dallo specchietto con le sopracciglia ad accento circonflesso.

Ieri eravamo in una pizzeria sul mare, e c'era un cagnino che si aggirava fra i tavoli scodinzolando in cerca di cibo. Dopo averci fatto aspettare un casino per prendere l'ordinazione che io avevo una fame che poco ci mancava che mi mangiassi il tavolo, è uscito il padrone.
Il padrone del locale ha dato una sberla al cane.
Io volevo alzarmi e dare la stessa sberla al padrone e fare un casino e gridere in mezzo i tavoli.
Poi è arrivato un altro cane, e allora ho preso gli avanzi di bordo di pizza e glieli ho messi su una pietra, ovvimente con lo sguardo di sfida nei confronti del padrone. Poi prima che andasse via quell'oca della cameriera, le ho sfilato dal piatto altri pezzi di bordo e glieli ho portati al cane che aveva una paura di me, che mi veniva da piangere.
Poi una bambina gli ha gridato "vai viaaaa"
Io volevo gridare pure alla bambina, ma era ora di andare via e i miei occhi si sono velati di acqua.
Il problema è che questa cosa ora mi si sta infilando anche nel cibo, che l'altro giorno al matrimonio, mi è arrivato il filetto, e io mi sono immaginata il maiale che mi guardava, che poi era un vitello, ma è uguale.
E poi capita che mi aggiro tra i siti di vegetariani.
E penso che me ne fotterei di quello che potrebbe pensare la gente se mi imbarcassi in una scelta simile.
E penso che anche che quei fottuti stronzi che abbandonao gli animali, o solo poco li maltrattano, dovrebbero essere presi e lasciati cadere in mezzo alla giungla.
Occhio per occhio...

venerdì, luglio 02, 2010

Il tempo della Mela.

Mela si sposa.
Quando le mie amiche me lo hanno gridato per telefono, pensavo mi stessero facendo uno scherzo.
Ogni tanto me li fanno gli scherzi, perchè io credo a tutto quello che mi dicono.
Sono in buona fede.
Prima di crederci veramente, gliel'ho chiesto tre volte se era vero. Perchè loro erano a cena insieme, mentre io sono in Sicilia, e siccome sanno che non mi offendo a morte per niente quando fanno la cena che io non ci sono, ho pensato che mi stessero facendo uno scherzo.
Invece è vero.

Mela si sposa.

E quando ho capito che era vero, ho lacrimato. Anzi prima ho gridato, e poi ho lacrimato, tirando anche su dal naso il moccolo.

Mela fa parte di un gruppo di 6 amiche, me compresa.
Siamo amiche da 10 anni.
E' un'amicizia forte la nostra. Non ci sono mai stati litigi. Cerchiamo, nel bene e nel male, di dirci sempre le cose in faccia. Con educazione, tatto, e possibilmente nel momento giusto.
A volte ci consultiamo, poi prendiamo l'amica in questione e le diciamo cosa pensiamo.
Ci teniamo in contatto sfalsate, tipo amica 1 con amica 2, amica 2 con amica 3, amica 3 con amica 4, ecc..
E poi facciamo i pranzi e le cene insieme. Non tutti i giorni, ovvio.
E ci si resoconta tutto.
E ci sono 6 voci che si sovrappongono e si salta da un argomento all'altro con una velocità che alla fine non si capisce mai chi ha fatto cosa.
Si parla di cose da femmine, tipo il ginecologo, il ciclo, i vestiti, le cose zozze, ma si parla anche di cose serie, tipo, mhmh, beh di cose serie. E poi ci si prende in giro. A volte viene presa di mira una, e giù tutta la sera a dirle cose e a farle i cazziatoni.

Quando ci siamo conosciute avevamo dai 16 ai 18 anni circa.
E ora Mela si sposa.
Ieri parlavamo di Mtv day, e oggi di Addio al nubilato.
Ieri di Che palle domani non ho voglia di andare a scuola, oggi di che palle domani non ho voglia di andare a lavorare.
Ieri di Tizio mi piace, secondo te gli piacerò? oggi di Devo andare a casa a preparare la cena a tizio.
Ieri di Non ho voglia di studiare, oggi di Non ho voglia di stirare.

Ieri di Oh non ti ho risposto che non avevo soldi nel cell, oggi di Oh non ti ho risposto che non avevo soldi nel cell.

Beh, fortuna che alcune cose non sono cambiate per niente:)